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Ironia e Burocrazia: La Lettera di Gadda

Ho deciso di condividere questa lettera, pubblicata da Guido Melis, di Carlo Emilio Gadda per due motivi principali.

Il primo è che lo studio del passato offre spesso preziosi insegnamenti per il futuro. Questa lettera, con la sua ironia tagliente e il suo sguardo disincantato sulla burocrazia, non è solo un documento letterario, ma un ritratto ancora attuale di certe dinamiche lavorative nelle amministrazioni e nelle organizzazioni complesse.

Il secondo motivo è un messaggio rivolto a chiunque ricopra o si appresti a ricoprire ruoli di responsabilità: il rispetto per le persone che occupano posizioni più basse nella gerarchia è un principio fondamentale, non solo per un sano ambiente di lavoro, ma per una leadership autentica. Gadda, con il suo stile inconfondibile, ci ricorda che, al di là delle strutture e delle procedure, sono le persone a dare vita agli uffici.

Un insegnamento che, a distanza di decenni, resta più che mai valido.

La lettera di Carlo Emilio Gadda (1893-1973) a un giovane brillante futuro funzionario, un pronipote (lui dice) che si accinge alla vita d’ufficio, meriterebbe di essere letta per intero, tale è l’ironia paradossale che – come sempre nella prosa di Gadda – la pervade. Ci si limita a poche righe. Il “caro Giovanni”, appena assunto nella Società Italiana per la Tutela del Consumatore, uno dei tanti enti inutili del dopoguerra che vigila sulle carote e sulle barbabietole, ha tre lauree ma non conosce il mondo segreto degli uffici burocratici. Gadda gli impartisce pochi, fondamentali “consigli”: cordialità verso i colleghi parigrado, rispetto e devozione per i superiori, disinvoltura coi disinvolti e riservatezza coi riservati. “Alla gentile segretaria avrai da rivolgere occhiate ammirative, per non dir meglio: farle tacitamente comprendere – e lei comprenderà senz’altro – come soltanto la discrezione e le buone osservanze di ufficio ti inibiscano un più ardente e ardimentoso interesse nei suoi confronti”. Ma soprattutto, consiglio primo e imperativo: “Sorridi agli uscieri” e “disturbali il meno possibile”.

Caro Giovanni, mi compiaccio con te. La Società Italiana per la Tutela del Consumatore non poteva scegliere persona più idonea. Sarai un brillante funzionario, benché giovanissimo. Alla fulgida costellazione delle tue tre lauree – legge, economia politica, scienze sociali – si unisce la sperimentata competenza che ti proviene dall’aver diretto gratuitamente la mensa aziendale della Kraterpiller e le Cucine economiche dei nostri diletti orfanelli. (…)

Consiglierò a te pure, mio diletto Giovanni, di badare per prima cosa alle “persone”, in cui si impersona e direi si raggruma, si coagula, il vasto ambiente della S.I.T.U.C.O.

Conquidere l’ambiente.

Nel tuo caso (…) i superiori, i pari grado o colleghi, i dipendenti gerarchici; e gli uscieri: che non sono più oggi “dipendenti gerarchici” ma fieri eguali e indispensabili collaboratori. Essi, per maturata esperienza, ben sanno “quale sia il miglior modo di trascorrere le ore d’ufficio”, come tu dici nella tua modestia.

Comincerò dunque da loro e ti pregherò di considerare quanto segue. Delle vitamine B, delle carote, del carotène stesso tu puoi anche infischiartene. Le carote e le barbabietole non sono in fondo che un pretesto: il teorico pretesto che ha dato vita al S.I.T.U.C.O., ai suoi labirintici uffici, alla sinfonia oceanica dei suoi telefoni e delle suonerie, al tappetato salone del Consiglio, ai mediocri gabinetti.

Ma i bidelli non sono dei pretesti: sono presenze vive, umane. Sono dei concittadini, che possono essere, oggi o domani, degli amici. Rispettali. Chiamali, cioè disturbali il meno possibile. Astienti, astienti dal titillare il maledetto pulsante a ogni farfalla che ti vola pel cervello. Il pulsante è quell’ente che non dev’essere pulsato: mai, comunque, per chiamare un usciere. All’usciere (agli uscieri) sorridi, uscendo ma anche entrando, col più allegro dei saluti. Fagli sentire come benedici le tue fatiche, le tue lauree che ti hanno consentito di essere il collega di un così simpatico usciere.

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