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Tre propositi per il 2026: la PA che vorrei

Il nuovo anno è sempre un buon momento per fermarsi un attimo e chiedersi non cosa fare, ma come farlo meglio.
Per il 2026, nel mio campo professionale, ho tre buoni propositi chiari. Pochi, concreti, impegnativi. Perché la vera sfida non è moltiplicare gli obiettivi, ma realizzarne pochi che contino davvero.

Primo: rimettere le persone al centro delle decisioni

“Persone al centro” è diventato uno slogan vuoto, ripetuto in ogni convegno. Ma cosa significa davvero? Significa, partendo da quello che più mi riguarda professionalmente, che ogni contratto collettivo deve bilanciare diritti e doveri, bisogni dei lavoratori e sostenibilità del sistema. Che ogni riorganizzazione deve ascoltare prima chi sta negli uffici, non chi li progetta dall’alto. Che la valorizzazione del personale non si fa con i premi una tantum, ma con percorsi di crescita reali.

La domanda che mi guiderà sarà semplice: questa decisione migliora la vita lavorativa di chi serve ogni giorno i cittadini? Chi decide se lo deve chiedere sempre.

Secondo: trasformare l’innovazione da promessa a prassi

L’intelligenza artificiale, i dati, l’automazione: ne parliamo tanto, li pratichiamo poco. Il 2026 deve essere l’anno del passaggio dal PowerPoint al portale, dal convegno al cantiere. Non servono altre sperimentazioni pilota che muoiono dopo sei mesi. Serve il coraggio di cambiare i processi ordinari, di integrare l’AI nel lavoro quotidiano senza cedere né al tecno-entusiasmo né alla tecno-fobia.

La misura del successo? Quanti dipendenti pubblici useranno davvero questi strumenti nel loro lavoro, non quanti ne parleranno.

Nei prossimi anni, un terzo dei dipendenti pubblici andrà in pensione. È una rivoluzione silenziosa che può diventare un’opportunità o un disastro. Dipende da noi. Formare i giovani non significa solo insegnare procedure, ma trasmettere il senso del servizio pubblico. Significa raccontare la PA per quello che è: imperfetta ma indispensabile, complessa ma migliorabile. Significa dare spazio alle idee nuove senza dimenticare l’esperienza di chi c’è da trent’anni.

Il dialogo intergenerazionale non è buonismo: è sopravvivenza organizzativa.

Una direzione, un metodo

Tre propositi, anzi tre impegni, una sola bussola: costruire una PA che sia insieme più competente e più umana. Non sono obiettivi alternativi, sono facce della stessa medaglia. Perché l’efficienza senza umanità diventa burocrazia cieca, e l’umanità senza competenza diventa improvvisazione.

Il 2026 sarà un anno decisivo. Meglio affrontarlo con pochi propositi chiari che con molte promesse vaghe. E meglio ancora dichiararli pubblicamente: le parole scritte diventano impegni da cui non si torna indietro.

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