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I giovani e la PA: una bussola che punta (ancora) alla stabilità

Ogni quattro o cinque mesi ripeto un esercizio che trovo illuminante: mi immergo nei social – Reddit in primis, ma anche TikTok e Telegram – per ascoltare cosa dicono davvero i giovani della pubblica amministrazione come datore di lavoro. Non i convegni, non le ricerche commissionate, non le dichiarazioni istituzionali. Le voci non mediate, a volte ruvide, sempre sincere. L’ultima analisi – condotta incrociando discussioni su r/Italia, r/ItaliaCareerAdvice, r/PA_Italia e r/ItaliaPersonalFinance con i dati del rapporto Formez-Censis 2024 – restituisce una fotografia che merita di essere condivisa e discussa. Qui l’analisi precedente Link


Il primo stereotipo da archiviare è quello del giovane che disprezza il posto fisso. Non esiste, o esiste molto meno di quanto si pensi. Su Reddit, thread come “È triste a 22 anni provare un concorso pubblico?” si chiudono quasi sempre con la stessa risposta: no, non è triste, è razionale. E questa parola – razionale – è la chiave di lettura di tutto il resto.

I giovani tra i 18 e i 34 anni non sognano la PA come la sognava una generazione fa. Non è più l’ambizione di chi vuole “sistemarsi”. È la scelta consapevole di chi guarda un mercato del lavoro privato fatto di stage sottopagati, contratti a termine, partite IVA improvvisate, e decide che no, grazie. Meglio 1.600-1.800 euro netti con 36 ore settimanali, smart working e tutele sindacali reali, che 1.100-1.300 euro nel privato con orari più lunghi e la precarietà come condizione permanente.

Il rapporto Formez-Censis 2024 conferma questa “sintonia di fondo” tra le aspettative dei giovani e ciò che la PA può offrire. Ma lo fa con una precisazione importante: questa sintonia non si traduce automaticamente in scelta, perché manca ancora un lavoro serio di comunicazione che la renda visibile.

Che cosa attrae i giovani, concretamente

Dalle discussioni emergono cinque grandi attrattori, e non sorprende che il primo sia la stabilità. Non come valore astratto, ma come condizione pratica: il mutuo, l’uscita di casa, la possibilità di mettere su famiglia. In un Paese dove oltre la metà dei giovani valuta seriamente di andare all’estero, il contratto pubblico a tempo indeterminato appare come l’unico “ancoraggio domestico a lungo termine” che resiste.

Il secondo attrattore è il work-life balance, e qui le voci sono particolarmente eloquenti. “Lavoro per vivere, non vivo per lavorare”: questa frase, che ricorre in mille varianti nei forum, sintetizza meglio di qualsiasi ricerca il cambio di paradigma generazionale. Trentasei ore settimanali, orari flessibili, ferie vere, nessun obiettivo di fatturato da inseguire: per chi è cresciuto vedendo i propri genitori consumarsi in aziende che poi li hanno lasciati a casa, è una promessa concreta.

Seguono la retribuzione dignitosa – competitiva non in assoluto ma rispetto alle alternative –, il welfare complessivo (buoni pasto, fondi integrativi, sede vicino a casa), e infine la digitalizzazione crescente, con il concorso pubblico percepito, da molti, come più meritocratico delle selezioni private, troppo spesso opache e dominate dai network relazionali.

Che cosa invece li allontana

I giovani che discutono di PA su Reddit non sono ingenui. Vedono anche i limiti, con una lucidità a tratti impietosa.

La carriera lenta o quasi immobile è il tema che torna con più insistenza: progressioni ancorate all’anzianità, scarsa mobilità verso ruoli manageriali, esperienza poco spendibile nel privato se un giorno si volesse cambiare. Ma qui vale la pena fermarsi un momento. Quanto di questa percezione riflette la realtà attuale e quanto è ancora prigioniera di uno stereotipo ereditato dal passato?

La PA degli ultimi anni non è esattamente quella raccontata dai genitori o dai nonni. I contratti collettivi hanno introdotto nuovi sistemi di classificazione professionale, percorsi di progressione più legati alle competenze, istituti come le posizioni organizzative e le alte professionalità che aprono spazi di crescita prima inesistenti. La dirigenza pubblica si è rinnovata, almeno in parte. E la mobilità – geografica e funzionale – è oggi molto più praticabile di quanto la vulgata suggerisca.

Il problema, forse, è che questi cambiamenti non sono ancora entrati nell’immaginario collettivo. I giovani continuano a giudicare la PA con le categorie di un’istituzione che in parte non esiste più, almeno non ovunque e non sempre. È un deficit di narrazione prima ancora che di sostanza: la PA ha cambiato più di quanto sappia raccontare di sé stessa.

A questo si aggiunge la paura di annoiarsi: “ho 22 anni e voglia di lavorare ne ho”, scrive un utente, e la domanda implicita è se la PA sappia davvero cosa farsene di quella voglia.

C’è poi il problema anagrafico, quasi mai discusso nei convegni ma diffusissimo sui social. Gli under 30 nella PA sono circa il 6% della forza lavoro. Entrare a 25 anni in un ufficio dove la media è cinquant’anni non è solo una questione di stile: è una questione di cultura organizzativa, di linguaggi, di possibilità reale di essere ascoltati. Per chi ha una forte identità professionale “digitale”, è un deterrente serio.

Infine i concorsi, apprezzati come principio ma criticati nella pratica: bandi scritti in burocratese, tempi lunghissimi tra il bando e l’assunzione effettiva, procedure che sembrano progettate per scoraggiare chi ha fretta di costruire qualcosa.

Quello che mi colpisce di più

Ogni volta che ripeto questa analisi trovo conferma di una cosa che sento anche nel mio lavoro quotidiano in ARAN: la PA ha un potenziale di attrattività verso i giovani che è reale e non piccolo. Il problema non è l’offerta in sé – stabilità, diritti, equilibrio vita-lavoro sono esattamente ciò che una generazione precaria cerca. Il problema è che questa offerta viene comunicata male, spesso con il linguaggio sbagliato, spesso attraverso i canali sbagliati.

I giovani che studiano per un concorso su TikTok – e sono centinaia di migliaia, come dimostrano i canali dedicati con oltre 130.000 follower – non cercano retorica. Cercano risposte concrete: quanto guadagnerò, quanto lavorerò, crescerò professionalmente, troverò persone con cui confrontarmi?

Finché la PA risponderà a queste domande con circolari e comunicati stampa invece che con storie vere e percorsi trasparenti, continueremo a raccogliere interesse senza trasformarlo in appartenenza.

E questo, per un’istituzione che nei prossimi anni dovrà rinnovare una quota enorme del proprio personale, è un lusso che non possiamo permetterci.

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