Per la prima volta l’intelligenza artificiale nel lavoro pubblico non è una scelta unilaterale dell’amministrazione, ma materia di contratto.
Immaginate un dipendente di un Comune di medie dimensioni. Un mattino scopre che la sua posizione in una graduatoria interna, l’assegnazione di un turno o persino un passaggio della sua valutazione sono stati “suggeriti” da un software. Non da un collega, non da un dirigente in carne e ossa: da un sistema di intelligenza artificiale. E allora la domanda diventa inevitabile: chi ha deciso davvero? La macchina o l’ente che quella macchina ha scelto di usare?
Fino a ieri, questa domanda non aveva una risposta contrattuale. L’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale nella gestione del personale era, di fatto, una prerogativa del datore di lavoro pubblico. Una decisione presa a monte, calata dall’alto, che il lavoratore poteva al massimo subire. Da oggi non è più così — almeno negli enti più vicini ai cittadini.
Il fatto nuovo: l’IA entra nel CCNL Funzioni Locali
Nell’ipotesi di Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto Funzioni Locali per il triennio 2025-2027, sottoscritta il 21 luglio 2026, un intero Titolo è dedicato all’intelligenza artificiale. Non un richiamo di circostanza, non una dichiarazione d’intenti da mettere in premessa e poi dimenticare. Tre articoli disciplinano l’uso dell’IA nel rapporto di lavoro e, soprattutto, la fanno entrare tra le materie di confronto e di contrattazione integrativa.
Tradotto: quando un Comune, una Regione o una Camera di Commercio vorrà adottare sistemi di IA che incidono sull’organizzazione del lavoro e sul rapporto con i dipendenti, non potrà più farlo da solo. Dovrà informare, confrontarsi, in alcuni casi negoziare. L’algoritmo smette di essere un fatto compiuto e diventa oggetto di relazione sindacale.
È una differenza che a prima vista può sembrare procedurale. In realtà è un cambio di paradigma.
I tre paletti all’uso dell’intelligenza artificiale
Il cuore della disciplina sta in un articolo che vale la pena leggere con attenzione, perché fissa tre principi destinati a durare oltre questo contratto.
1. Niente decisioni interamente automatiche
L’IA non può dar luogo a decisioni «esclusivamente automatizzate che producano effetti giuridici o incidano in modo significativo sul rapporto di lavoro del dipendente, senza un appropriato e congruo intervento umano». C’è sempre una persona nel processo. La macchina propone, l’essere umano decide.
2. Il diritto di sapere
Al lavoratore è garantito «il diritto di conoscere, in forma comprensibile, i criteri generali di funzionamento» dei sistemi utilizzati. Non si può essere valutati, ordinati o classificati da una logica opaca. La trasparenza algoritmica diventa un diritto, non una concessione.
3. La responsabilità resta umana
«Resta ferma la responsabilità dei dirigenti e dei titolari dei poteri decisionali, che non può essere delegata ai sistemi di Intelligenza Artificiale.» È il principio che chiamerei di riserva di umanità: l’IA è uno strumento, non uno schermo dietro cui nascondersi. Se una decisione è sbagliata, non risponde l’algoritmo. Risponde chi lo ha scelto e chi lo ha usato.
Tre paletti semplici da enunciare, difficili da eludere. E messi insieme disegnano un’idea precisa di come la tecnologia debba entrare in una pubblica amministrazione: al servizio della decisione umana, mai al suo posto.
Perché il contratto, e non solo la legge
Qui c’è la scelta di fondo, quella che considero il tratto più significativo di questo rinnovo. Si poteva pensare che l’IA nel lavoro pubblico fosse materia esclusivamente da legge, da regolamento, da direttiva europea. È vero, quelle fonti esistono e questo contratto le presuppone. Ma la contrattazione collettiva ha fatto una cosa diversa e complementare: ha ricondotto l’intelligenza artificiale dentro il perimetro delle relazioni sindacali.
Significa che l’introduzione di questi sistemi non è più un atto solitario dell’amministrazione, ma un percorso partecipato. Informazione preventiva, confronto sulle ricadute, contrattazione dove serve. A presidiare il processo ci sono anche sedi stabili — un organismo paritetico per l’innovazione negli enti più grandi e un osservatorio di comparto presso l’ARAN — pensate proprio per monitorare nel tempo, l’IA compresa.
È la differenza tra subire l’innovazione e governarla. E in un Paese in cui l’IA nella PA rischia troppo spesso di essere raccontata come un’onda che travolge o come una minaccia da respingere, la strada di riportarla dentro un tavolo negoziale mi pare la più adulta.
Le domande che restano aperte
Sarei disonesto se dicessi che è tutto risolto. Un contratto fissa principi; l’applicazione li mette alla prova.
Dove passa esattamente il confine dell’«intervento umano congruo»? Un dirigente che approva con un clic ciò che il sistema ha già deciso rispetta la norma o la aggira? La soglia resterà terreno di interpretazione, e forse di contenzioso.
E ancora: come si concilia il diritto del lavoratore a comprendere i criteri di funzionamento con il fatto che molti software sono di fornitori terzi, coperti da proprietà intellettuale? La comprensibilità reale — non quella formale — è una sfida tecnica prima ancora che giuridica.
Infine, l’attuazione. Molti istituti sono rinviati alla contrattazione integrativa dei singoli enti. Un grande Comune con una struttura solida saprà negoziare; un piccolo ente senza dirigenza rischia di trovarsi il principio scritto e la pratica vuota. L’effettività, come sempre, dipenderà dalla capacità delle persone.
La domanda giusta
Per anni, di fronte all’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione, ci siamo chiesti soprattutto una cosa: funziona? Invece ci dobbiamo chiedere: chi risponde quando decide una macchina? Perché ogni volta che automatizziamo un processo, stiamo automatizzando anche un comportamento istituzionale — un modo di trattare le persone, di valutarle, di riconoscerle.
Negli enti più vicini ai cittadini, adesso, quella risposta comincia a essere scritta. Non in un manifesto, non in uno slogan sull’innovazione. In un contratto. Ed è lì, nel linguaggio apparentemente arido delle clausole numerate, che si decide davvero se gli algoritmi resteranno al servizio dell’interesse pubblico.

