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Quando il Calcio era Gioco: Ricordi di un Campetto Polveroso

Oggi non parlo di Pubblica Amministrazione, ma di calcio, del “Gioco del calcio”…

Il mio terrazzo si affaccia su un campo di calcetto parrocchiale, che oggi si presenta come un tappeto verde perfettamente in piano, incorniciato da reti e porte moderne. Ma non è sempre stato così. Quando ero ragazzo, quel campo era un semplice rettangolo di terra, diseguale e inclinato, circondato da pini maestosi che ne delineavano i confini. Le porte erano semplici mucchi di sassi, testimoni di partite senza fine.

Non era raro trovare tra la terra mattonelle rotte, pezzi di legno e persino chiodi: ogni partita era un’avventura, un rischio calcolato che, nonostante tutto, ci spingeva a giocare con un entusiasmo indomabile. Io e i miei amici di infanzia, ci ritrovavamo lì quasi ogni giorno, indipendentemente dal numero. Da sfide due contro due fino a incontri più affollati di otto contro otto, il nostro era un calcio essenziale, puro.

Differenze di maglie non ce n’erano; per passare la palla era necessario alzare lo sguardo e cercare gli occhi del compagno. Era un gioco in cui il dribbling non era solo abilità, ma sopravvivenza, specialmente in uno spazio così ristretto e affollato. Nessun allenatore ci insegnava: era il campo, con le sue insidie e i suoi spazi, a farlo. Io, mancino e piccolino, trovavo nel dribbling la mia forza, dribbling che nessun “pseudo allenatore” avrebbe mai potuto insegnarmi.

La selezione dei giocatori avveniva con il metodo del pari e dispari, senza esclusioni: la panchina era un concetto estraneo, tutti giocavano. E il portiere? Spesso era il meno abile, ma anche questo ruolo era parte integrante del gioco.

Eravamo liberi da smartphone e videogiochi, eppure felici. Il calcio era il nostro incontro, il nostro modo di essere squadra, di vivere l’amicizia.

Oggi, guardando il campo rinnovato, mi chiedo se la struttura attuale non abbia perso qualcosa dell’essenza di quei pomeriggi. Bambini in divisa, allenatori che più che guidare sembrano tifare: un’organizzazione che sembra aver dimenticato il valore del gioco libero, della scoperta personale del talento.

Le scuole calcio di oggi, con le loro quote e le loro promesse, sono lontane anni luce da quel campetto di terra. Eppure, è lì che ho imparato tutto ciò che so di calcio (e forse della vita), giocando e crescendo insieme ai miei amici, affrontando poi provini veri per squadre vere, senza nulla pagare se non con il sudore e la passione.

Guardando i bambini di oggi, immersi in un contesto così diverso, rifletto su cosa significhi davvero insegnare e apprendere il calcio. Forse, permettere loro di giocare liberamente, senza costrizioni né aspettative, potrebbe rivelarsi la lezione più preziosa, un ritorno all’essenza di quello che una volta era semplicemente… gioco.


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