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I livelli retributivi in Sanità: quanto conta il territorio nelle differenze di retribuzione

(pubblicato su “Il Sole 24 ore”)

Il nuovo Rapporto semestrale sulle retribuzioni pubblicato da ARAN propone un’analisi tanto attesa quanto sorprendente sui differenziali retributivi territoriali in Sanità. Dopo anni di attenzione quasi esclusiva alle dinamiche delle retribuzioni nel tempo, questo lavoro sposta lo sguardo sui livelli retributivi effettivi, interrogandosi su quanto guadagna realmente un infermiere o un operatore sociosanitario a seconda dell’azienda e del territorio in cui lavora.

I dati riguardano circa 485.000 dipendenti non dirigenti, concentrandosi su tre gruppi professionali: i professionisti sanitari (per lo più infermieri, con retribuzioni medie nazionali di 36.000 euro), gli operatori sociosanitari (28.100 euro) e gli assistenti amministrativi (29.500 euro). Un primo elemento di rilievo emerge dalla misura dei differenziali: nonostante il CCNL Sanità eserciti una forte regolazione centrale, lo scarto tra le aziende che pagano meno (primo decile) e quelle che pagano di più (nono decile) si attesta tra 4.000 e 5.000 euro a seconda del profilo. Ciò significa che, pur nei vincoli del contratto nazionale, esistono margini per politiche retributive differenziate tra le oltre cento aziende sanitarie del Paese.

La scomposizione della retribuzione mostra dove si concentrano queste differenze: la componente variabile – com’era lecito attendersi – spiega tra il 60% e il 76% dello scarto totale, con un’articolazione degli istituti che varia sensibilmente tra i ruoli. Per le professioni sanitarie sono i compensi di produttività a generare le maggiori differenze, mentre il sistema indennitario produce effetti più uniformi.

Ma è l’analisi territoriale a riservare la sorpresa maggiore. Contrariamente alle attese, in un sistema a gestione regionale, non emergono differenziali riconducibili alla geografia amministrativa. Il rapporto evidenzia invece modelli di contiguità territoriale: Lombardia e Veneto su valori elevati, l’Appennino centrale su livelli mediani, la zona padana allargata alle Marche su valori più contenuti. Le regioni a statuto speciale mostrano comportamenti eterogenei, con la Sardegna più bassa e Sicilia e Province autonome su valori decisamente più alti.

Il rapporto introduce anche un’analisi degli “stili gestionali”, osservando come diverse aziende gestiscano le relatività retributive tra profili professionali: alcune differenziano maggiormente la remunerazione dei professionisti sanitari rispetto agli assistenti amministrativi, altre invece comprimono questa forbice. Qui emerge uno spazio di discrezionalità che meriterebbe ulteriori approfondimenti: si tratta di scelte consapevoli legate a strategie di attraction e retention del personale o di esiti non pianificati di prassi gestionali sedimentate nel tempo?

Questo quadro mette in discussione narrazioni consolidate. Se il decentramento fosse il fattore determinante, dovremmo osservare cluster regionali definiti. Invece, le scelte retributive sembrano rispondere maggiormente a logiche di mercato del lavoro locale e a forme di benchmarking tra aziende contigue piuttosto che a indirizzi regionali.

Una riflessione finale va dedicata a due temi che potrebbero essere ulteriormente indagati. Il primo riguarda le cosiddette “prestazioni aggiuntive” (dato attualmente non rilevato), retribuite con tariffe orarie superiori allo straordinario, sempre più utilizzate per fronteggiare le carenze di organico. La loro diffusione disomogenea sul territorio potrebbe, infatti, modificare il quadro dei differenziali effettivi. Un altro tema è la correlazione con le performance sanitarie delle aziende e dei territori: i differenziali risentono – e in che misura – anche di questa componente?

Mentre il Paese si interroga sull’autonomia differenziata, questi dati suggeriscono che il sistema sanitario esprime già un federalismo di fatto, più complesso e meno governato di quanto le norme formali lascerebbero supporre.

Antonio Naddeo

Pierluigi Mastrogiuseppe

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