Premessa (di Antonio Naddeo)

In un’epoca di cambiamenti rapidi che rimodellano le fondamenta della nostra società, la comprensione della pubblica amministrazione e del suo sviluppo storico non è mai stata così cruciale. È con grande piacere e un senso di responsabilità verso la rilevanza storica e attuale che presento questo breve articolo scritto dal rinomato storico Guido Melis, una voce autorevole nel campo della storia della pubblica amministrazione.

Il Prof. Melis, con la sua profonda conoscenza e analisi accurata, ci guida attraverso i suoi scritti in un viaggio che non solo esplora il passato, ma illumina anche i corridoi del presente, offrendoci strumenti essenziali per comprendere meglio le strutture amministrative che regolano la nostra vita quotidiana. In un periodo in cui la fiducia nelle istituzioni pubbliche è messa alla prova e le sfide amministrative diventano sempre più complesse, il suo contributo assume a mio avviso un significato particolare, soprattutto per i più giovani.

Esplorare il nostro passato può essere la chiave per decifrare e affrontare le complessità del nostro presente

Giovanni Ferrara (1928-2007), professore universitario, scrittore, senatore della Repubblica, collaboratore assiduo di giornali, militante repubblicano, fu tra i collaboratori del “Mondo”, il prestigioso settimanale diretto da Mario Pannunzio, voce della coscienza laica del Paese tra gli ultimi anni Cinquanta e i Sessanta. La sua nota coglie uno dei vizi destinati a perpetuarsi ed anzi ad aggravarsi nel succedersi dei governi italiani: l’eccessivo numero dei sottosegretari (col secondo governo Prodi avrebbero superato i 100), ma anche la genericità e occasionalità dei compiti loro affidati, la casualità della scelta (in genere dettata da rigidi criteri di appartenenza partitica). Il terzo governo Rumor, del quale qui Ferrara si occupa, restò in carica dal 27 marzo al 6 luglio del 1970.

L’organico del terzo governo Rumor: 27 ministri e 56 sottosegretari. Il numero dei sottosegretari è parso naturalmente enorme ed ha provocato scandalo e ironie. Anche molti politici responsabili erano contrari: si dice, per esempio, che il senatore Fanfani, durante i colloqui per il suo fallito tentativo di formare un governo, abbia detto alle delegazioni dei partiti d’essere contrario a concedere 56 sottosegretari (“fateveli dare da Rumor”, avrebbe aggiunto).

Bisogna però non fermarsi alle apparenze. L’aspetto grave della questione non sta, infatti, tanto nel numero in sé, quanto nell’assenza di una razionale organizzazione delle funzioni del governo nel suo insieme. In teoria 2 sottosegretari (in media) per ogni ministero non sarebbero troppi, se i loro compiti fossero precisati e coordinati. Il sottosegretario potrebbe molto utilmente esercitare la funzione di rappresentante responsabile del ministro nei rapporti col parlamento, con le categorie dei cittadini i cui interessi siano toccati dalla politica del ministero e con i vari settori della burocrazia ministeriale; una sorta di super-direttore generale politico, cioè. In qualche ministero di fatto avviene ma nella maggior parte no, e in questi il sottosegretario sta solo a rappresentare gli interessi elettorali suoi e del suo partito.

Questa grave disfunzione, del resto, ne presuppone un’altra ancora più grave. In tanti anni di repubblica non s’è ancora provveduto a stabilire con una legge i poteri e i compiti del presidente del consiglio e a fissare i criteri di funzionamento del governo nel suo insieme, quali siano le responsabilità tecniche dei singoli ministeri e i limiti dell’iniziativa politica dei ministri. La collegialità del governo rimane un fatto vago, l’efficienza nel complesso è scarsissima. È ora di farla questa legge, e di fissare questi criteri, mettendo fine alla situazione attuale per cui il governo è, di fatto, una coalizione di decine e decine di ministri e sottosegretari.

Giovanni Ferrara, Sottosegretari senza compiti, in “Il Mondo”, 12 aprile 1970, p. 2.

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