Ho letto con grande interesse l’articolo di Raffaella Saporito sul DOGE di Musk dal titolo “Il lato sexy del DOGE” (qui il link).
La prima associazione che mi viene in mente quando penso a Musk è il nostro Cottarelli ai tempi della spending review.
Battute a parte l’articolo mette in luce due criticità fondamentali: la scarsa attendibilità dei numeri e la dubbia legittimità giuridica. Aggiungo che questo è il classico caso di “innovazione di facciata”: si parla di digitalizzazione ma si agisce con la logica del machete, ignorando completamente la complessità sistemica della PA.
Trovo emblematico il paradosso dei tagli che aumentano l’inefficienza! È la dimostrazione che la retorica anti-burocratica nasconde spesso una profonda ignoranza dei meccanismi amministrativi. Come nel caso italiano del PNRR, si pretende efficienza da strutture preventivamente indebolite da anni di tagli lineari e blocco del turnover.
L’osservazione di Suzuki, richiamata dalla Saporito, sul legame tra arretramento democratico e amministrativo è cruciale. Non è un caso che i regimi autoritari inizino sempre con l’attacco all’imparzialità della PA: neutralizzare il civil service significa rimuovere un argine fondamentale agli abusi di potere. Il fascino della “sburocratizzazione” è trasversale e pericoloso. Mi colpisce come anche politici progressisti cadano nella trappola della “burocrazia cattiva”, dimenticando che le procedure esistono per garantire trasparenza, equità e controllo democratico.
L’articolo inquadra perfettamente la psicologia sottostante: l’ebbrezza del “giustizialismo sociale” contro i funzionari pubblici rappresenta una valvola di sfogo per classi sociali frustrate, ma non risolve i problemi strutturali. Anzi, rischia di esacerbarli, lasciando i cittadini ancora più soli di fronte alle sfide della modernità.
Condivido l’approccio pragmatico delle tre proposte della Saporito, ma vorrei radicalizzarle:
- Sulla rivoluzione digitale: Non basta “qualificare il lavoro degli umani”. Dobbiamo ripensare completamente il rapporto tra cittadino e PA, superando la logica della “domanda-risposta” per costruire servizi proattivi che anticipino i bisogni. L’AI deve essere uno strumento di empowerment del pubblico, non di privatizzazione mascherata.
- Sulla “no fly zone” politica: Serve un patto repubblicano sulla PA che vada oltre le maggioranze. Il modello di riforma deve essere aperto, trasparente e costruito su dati condivisi. La consulenza privata deve essere ricondotta a ruoli ben definiti, evitando che il pubblico diventi ostaggio di interessi commerciali.
- Sul confronto e co-costruzione: La dirigenza pubblica deve diventare protagonista del cambiamento, ma può farlo solo abbandonando logiche difensive. Il cambiamento può agire con efficacia con una dirigenza che guarda al futuro senza pensare di difendere il presente.
Il DOGE, quindi, rappresenta la versione estrema di una tentazione sempre presente: la scorciatoia dell’approccio tecnocratico che promette soluzioni semplici a problemi complessi. Ma è proprio questa semplificazione a renderlo pericoloso. La sfida è costruire un’alternativa che coniughi efficienza e valori democratici, digitalizzazione e inclusione, innovazione e accountability. Una sfida che richiede più coraggio politico e visione di quanto ne mostri l’approccio “bulldozer” di Musk.
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