Parlare del Milleproroghe è un po’ come raccontare una storia fantastica, dove il protagonista è un decreto che, nonostante non abbia un posto ufficiale nei sacri testi del diritto, riesce a far capolino anno dopo anno con la precisione di un orologio svizzero.
Nato con il decreto-legge n. 411 del 23 novembre 2001, questo ‘Peter Pan’ della burocrazia italiana non ha mai smesso di stupirci. Un po’ come l’ospite che si presenta a sorpresa alla tua festa e finisce per diventare parte dell’arredamento. Ecco il nostro Milleproroghe: non invitato, ma ormai parte integrante del mobilio legislativo italiano.
La vera magia, però, non sta tanto nella sua comparsa quanto nel contenuto. Alcune proroghe si ripetono di anno in anno e sembrano rifiutarsi di ritirarsi. Da più di vent’anni, vediamo gli stessi titoli fare capolino nel decreto (con urgenza costituzionale ripetuta), come vecchi amici che non perdono l’occasione per un saluto annuale. È un segno di provvisorietà trasformato in tradizione, una dimostrazione di quanto possiamo essere affezionati alle nostre abitudini, anche quando si tratta di procrastinare decisioni importanti. In questo senso, il Milleproroghe non è solo un decreto, ma un vero e proprio rituale, un ballo annuale tra l’urgenza di decidere e il conforto nel rimandare. Ci sono due cose sicure nel panorama legislativo italiano: la legge di bilancio e il milleproroghe, tutto il resto è … noia direbbe Franco Califano.
Una cosa è certa però, mai nome fu così azzeccato per una legge: ‘Milleproroghe’. Sembra quasi un segno del destino, una profezia autoavverantesi che ci ricorda, anno dopo anno, che in Italia la provvisorietà è l’unica vera certezza.
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