Quale strada per la dirigenza della pubblica amministrazione

Articolo scritto con la prof.ssa Raffaella Saporito (Bocconi)

Quale strada per la dirigenza pubblica

La pervicacia con cui ritorna la proposta di stabilizzare i funzionari-dirigenti a contratto lascia pensare che prima o poi si troverà un varco e i promotori della norma riusciranno nell’intento. Quel giorno sarà un bel giorno per i suddetti funzionari, magari anche per le amministrazioni coinvolte, dove gli stessi hanno certamente prestato onorato servizio, ma sarà anche la dichiarazione della sconfitta del nostro modello di dirigenza.

Prima di questa débâcle, si apra un’ampia, sincera e disincantata riflessione sulla dirigenza pubblica nel nostro paese. Sul tavolo mettiamo due opzioni. La prima è abolire il ruolo dirigenziale, come già accade in altri paesi europei, dove la dirigenza è un incarico temporaneo dato ai funzionari, come per le nostre PO (posizione organizzative), con limiti alla riconferma e obblighi di rotazione. Fine della dirigenza di ruolo. Scenario provocatoriamente un po’ estremo.

L’alternativa è difendere il modello di dirigenza di ruolo, il cui ingresso è regolato dal concorso. Pertanto, la proposta collegata alla seconda opzione è di rendere indisponibili i posti per dirigente a contratto ai funzionari, salvo l’uscita permanente dal ruolo, così da ricondurre la dirigenza a contratto alla sua funzione originaria, ovvero dotarsi di competenze dirigenziali attingendo dal mercato esterno alla PA, nei limiti percentuali previsti dalle norme.

Questa seconda proposta si basa sulla constatazione che la proliferazione degli incarichi a contratto è legata anche ad un sovradimensionamento dei posti dirigenziali: in alcuni ministeri, per ogni dirigente in servizio ci sono una media di 6 funzionari. Ciò dipende da organizzazioni obsolete e dalla necessità di offrire opportunità di carriera ai funzionari più bravi.

Allora non serve far crescere il numero di dirigenti, ma rendere effettiva la quarta area (istituita nel CCNL funzioni centrali https://antonionaddeo.blog/?p=989) pensata proprio per offrire opportunità di crescita ai più meritevoli, senza frammentare pericolosamente l’organizzazione e aumentandone i costi. In tale riassetto organizzativo la quarta area potrebbe essere finanziata proprio con il taglio dei posti dirigenziali.

Quanto alla valorizzazione degli interni, è previsto già dalle norme sull’accesso alla dirigenza, ulteriormente rinformate dal DL 80 del 2021 che con l’art. 3 riforma l’art 28 del DLgs 165/2001 e prescrive che le prove per l’accesso interno alla dirigenza valorizzino anche le competenze collegate al ruolo (si veda alla voce leadership) e le esperienze ad esso coerenti. Già in occasione della conversione dello stesso decreto è comparso – ed è stato approvato dal Parlamento – un emendamento che stabilisce una ulteriore corsia preferenziale per i funzionari destinatari di contratti da dirigente. Emendamento discutibile anche perché ridondante: chi ha maturato esperienza da dirigente a contratto (nella stessa o in altra amministrazione che celebra il concorso-assessment) dovrebbe sentirsi già di per sé avvantaggiato, avendo avuto occasione di mettere alla prova le competenze oggetto di valutazione.

Quando ci chiediamo come mai i giovani si sentono poco attratti dalla Pubblica Amministrazione dobbiamo anche dirci che un limite di fondo è la scarsa chiarezza dei percorsi di carriera. Queste proposte sono incomprensibili fuori dalla asfittica bubble di chi bazzica da una vita il settore pubblico. Sono incompatibili con la visione di una nuova PA che vuole diventare un posto dove i percorsi di sviluppo di competenze e di carriera sono dinamici e trasparenti.

Come sempre, chi cerca di difendere l’interesse di una sparuta categoria magari si convince pure che il proprio vantaggio coincida con quello collettivo. Per uscire da questo corto-circuito di autoreferenzialità, si apra un dibattito serio sul futuro della dirigenza. Ma poi si scelga una strada: se la carriera si fa per concorso, si lavori per qualificarlo, senza sconti e scorciatoie con norme e normette.

2 risposte a “Quale strada per la dirigenza della pubblica amministrazione”

  1. .. e dove si colloca la possibilità per i dirigenti di seconda fascia di crescere ? Accedere alle prime fasce è – pressoché totalmente -prerogativa di nomina politica, cosa che preclude ogni opportunità di avanzamento anche a distanza di decenni: perché nessuno parla/scrive di questo?

  2. Bè, opportunità di carriera dei funzionari a parte, che però come tutti sappiamo la progressione di carriera è il prodromico più forte del buon fare, sinceramente io tifo per togliere di mezzo questa particolarità della figura dirigenziale. Il pubblico funzionario è pubblico funzionario, con le dovute distinzioni per quanto riguarda responsabilità e carico di lavoro. Abbiamo l’esempio dell’UE dove la struttura burocratica ha la semplice distinzione tra profilo impiegatizio e funzionari. Questi ultimi sono divisi in vari livelli classificati in base alle responsabilità derivanti da entità del budget gestito, numero di dipendenti gestiti, nr di funzionari in dipendenza gerarchica etc… e per ogni livello corrisponde naturalmente una determinata casella gerarchica e una determinata retribuzione. Ecco un disegno del genere delle risorse umane della PA italiana permetterebbe finalmente di dare efficacia ed effettività all’art. 36 delle Costituzione, che statuisce il principio della proporzionalità della retribuzione. Permetterebbe inoltre una effettiva e, di nuovo, efficace, diretta comparabilità tra i vari funzionari dei diversi comparti, anche ai fini della proporzionalità della retribuzione come sopra, ma soprattutto per le operazioni di mobilità, che ad oggi vedono come unico riferimento il Decreto Madìa del 2015 che ha preso come parametro di equiparazione il livello retributivo: come dire, guadagni uguale a un dipendente che in altro comparto ha responsabilità inferiri alle tue e devi andare di là per mobilità intercompartimentale? Ti demansiono…. Non proprio equo e logico. Come lei stesso ammette Dott. Naddeo, nella realtà italiana esistono uffici di levatura dirigenziale con 2 impiegati e, a volte, un funzionario. Per dare la giusta portata relativa/comparativa a questa osservazione, teniamo conto che io sono un funzionario direttivo (DSGA del comparto scuola) che dal prossimo settembre coordinerò e organizzerò il lavoro di 10 impiegati amministrativi e 32 operativi: mi pare un pò sproporzionato e forse impietoso come confronto con l’esempio precedente, ma così è…
    Le soluzioni sono semplici, basta volerle.

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