Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Il Sole 24 Ore.
La domanda che nessuno si pone
Il dibattito sull’accesso alla dirigenza nella Pubblica Amministrazione si è riacceso con forza nelle ultime settimane, complice l’approvazione alla Camera della riforma del ministro Zangrillo che introduce un canale riservato ai funzionari interni. Come spesso accade, la discussione pubblica si è rapidamente polarizzata, concentrandosi su titoli e parole chiave più che sul merito delle questioni sollevate. Ma ridurre il confronto a una contrapposizione tra “concorso sì” e “concorso no” rischia di oscurare il nodo principale, che precede qualsiasi scelta normativa.
La domanda da cui partire dovrebbe essere un’altra: il sistema attuale di accesso alla dirigenza produce davvero i dirigenti di cui la Pubblica Amministrazione ha bisogno oggi? Interrogarsi su questo punto non significa mettere in discussione il valore costituzionale del concorso pubblico, né minimizzare la sua funzione di garanzia dell’imparzialità. Significa piuttosto chiedersi che cosa, concretamente, venga selezionato e premiato attraverso gli strumenti oggi prevalenti.
Cosa misura davvero un concorso
Le procedure concorsuali, anche nelle loro versioni più evolute, sono progettate per valutare conoscenze, capacità di analisi e attitudine a superare prove complesse in un contesto altamente competitivo. In alcuni casi cercano di intercettare competenze manageriali, ma difficilmente riescono a misurare in modo pieno ciò che caratterizza l’esercizio quotidiano della funzione dirigenziale: la capacità di guidare persone, di assumere decisioni in condizioni di incertezza, di gestire responsabilità organizzative e relazionali nel tempo.
Per chi lavora già all’interno delle amministrazioni, questa distanza è evidente. L’esperienza maturata sul campo e la qualità del lavoro svolto incidono poco sui percorsi di carriera, mentre la preparazione ai concorsi richiede un investimento di tempo ed energie che spesso entra in tensione con l’attività lavorativa ordinaria. Ne deriva una percezione diffusa: per avanzare, occorre in parte sottrarsi al lavoro quotidiano, anziché vederlo riconosciuto come elemento centrale di valutazione.
L’equazione che blocca il dibattito
In questo contesto si inserisce una semplificazione ricorrente nel dibattito pubblico, che contribuisce a irrigidire le posizioni: l’equazione tra assenza di concorso e assenza di selezione. Come se ogni alternativa al concorso tradizionale fosse inevitabilmente sinonimo di arbitrio. A rafforzare questa convinzione concorre l’idea, altrettanto diffusa, che il concorso rappresenti l’unico vero presidio di imparzialità possibile.
Dietro questa posizione non c’è soltanto una difesa di principio, ma una paura più profonda e raramente esplicitata: la sfiducia nei sistemi di valutazione interna. Il timore che il giudizio sul lavoro svolto non sia equo, che le relazioni contino più dei risultati, che percorsi diversi dal concorso possano aprire spazi di discrezionalità indebita. È una preoccupazione comprensibile, radicata anche in esperienze del passato, ma che finisce per bloccare qualsiasi riflessione su modelli alternativi o complementari.
Il vero nodo irrisolto
Le reazioni suscitate dalla recente riforma sull’accesso alla dirigenza vanno lette anche in questa chiave. Più che dirci se la norma sia giusta o sbagliata, mostrano quanto il tema della carriera nella Pubblica Amministrazione resti irrisolto. Mostrano la difficoltà di distinguere tra strumenti e obiettivi, tra garanzie formali e capacità effettiva di selezionare dirigenti adeguati alle sfide attuali.
Se il sistema vigente fosse percepito come pienamente efficace, probabilmente non emergerebbe l’esigenza di sperimentare canali diversi. Il fatto stesso che il tema ritorni ciclicamente segnala una tensione non affrontata: l’assenza di percorsi di crescita chiari, leggibili e credibili all’interno delle organizzazioni pubbliche.
Il punto, dunque, non è difendere o attaccare una singola riforma, ma chiarire cosa si intenda premiare quando si parla di accesso alla dirigenza. Solo la capacità di superare una prova selettiva, o anche il modo in cui una persona ha lavorato, assunto responsabilità, guidato strutture e persone nel tempo. Finché questa domanda resterà sullo sfondo, qualunque strumento – concorso incluso – continuerà a essere oggetto di contestazione.


Rispondi